BENIN, PRESTAZIONI INFERMIERISTICHE
| Luogo: Benin, Klouenkanme | Richiesto da: congregazione delle Figlie del SS.mo Cuore di Gesù (Modena). |
| Inizio: 1982. | Fine: 1982. |
| GRUPPO MISSIONARIO PARROCCHIALE | Numero di interventi: 1. |

Tutto è iniziato il 24 dicembre 1981 a Boccassuolo, piccola frazione del comune di Palagano.
“Ho due mesi di ferie arretrate… vorrei fare qualcosa di utile… padre Antonio, non conosci qualche missionario che possa aver bisogno di un infermiere?”. Quando Arturo fece questa domanda al proprio parroco certo non ne immaginò le conseguenze future. Padre Antonio contattò il Centro Missioni della diocesi di Modena e Arturo, poco tempo dopo, si trovò a fare l’infermiere per 52 giorni a Klouekanmnè, in Benin (Africa centro-occidentale), presso la Missione delle “Suore della Sacca” di Modena.
Quando Arturo tornò tutti erano curiosi di conoscere ciò che aveva visto e fatto; i racconti e le fotografie colpirono così profondamente i suoi compaesani che nacque spontaneo il proposito di continuare.
Galleria fotografica


Missione di Klouenkanme. 



Arturo. 
Ambulatorio. 
Articolo pubblicato sulla “Gazzetta di Modena” il 31 luglio 1982

“Arrivati nei villaggi per installare dei dispensari “volanti”, i bambini mi venivano incontro a toccarmi la pelle per capire perché fosse bianca”.
Chi parla è Arturo Bettuzzi, un infermiere trentunenne dell’USL di Sassuolo che abita a Boccassuolo e si è recato recentemente nel Benin, uno stato del centro-est africano, alla missione di Klouekanmè.
“Sono andato laggiù mettendo a disposizione del Centro Missionario Modenese due mesi di ferie accumulati in questa e nella scorsa estate. A pagare il mio viaggio e i pacchi di medicinali che ho portato con me sono stati gli abitanti di Boccassuolo e quelli di Montefiorino, tramite una sottoscrizione organizzata dal nostro parroco. La missione Klouekanmè – racconta Bettuzzi – fu costruita dal vescovo del posto, ma già da molti anni le sue attività vengono svolte da cinque suore modenesi. La mattina dopo il mio arrivo ho cominciato ad effettuare il dispensario con suor Carmen in giro nei villaggi.
In ogni posto nel quale ci fermavamo gli abitanti ci conducevano nella capanna più bella e lì, scaricati i pacchi di medicinali, improvvisavamo alla meglio un ambulatorio. In ogni capanna nella quale entravamo avevamo preso l’abitudine di tastare il terreno; se era morbido voleva dire che era stato sepolto da poco qualcuno. Lì usano, infatti, sepellire i morti nella casa stessa nella quale hanno vissuto. Scavano una buca, anche molto profonda, nel terreno e vi sistemano seduto il defunto con in braccio dei frutti, delle focacce di pat e delle radici. Il pat – continua Bettuzzi – è una specie di polenta fatta con farina di mais, l’unico cereale che coltivano, e di manioca, una radice. La mangiano intingendola in diversi sughi. La maggiore manifestazione di affetto e di stima per una persona la esprimono suonandogli il tam-tam; e così facevano a me e a suor Carmen. Una volta l’hanno suonato tutti insieme in un villaggio per delle ore.
A parte questi episodi molto belli, ci siamo trovati in situazioni particolarmente drammatiche. Una notte siamo stati chiamati per aiutare a partorire una donna che ha poi dato alla luce due gemelli morendo per emorragia solo perché non avevamo una puntura adatta da farle e non bastava tamponarla con degli asciugamani.
è strano rendersi conto di come quella gente accetti la morte. Lo fa con una naturalità a noi del tutto sconosciuta.
Basti dire che coloro che sono affetti dalla lebbra e non potevano essere curati nel nostro ambulatorio per carenza di medicinali, si allontanavano e andavano a morire da soli nei boschi per evitare di contagiare altre persone.
Un giorno, mentre io e suor Carmen ci recavamo in un villaggio per il dispensario, abbiamo sentito dei rumori di gente riunita poco lontano. Arrivati sul posto dal quale sentivamo provenire le voci non abbiamo trovato nessuno, ma abbiamo scoperto una specie di pozzo d’acqua, dove si ritrovavano i lebbrosi, che erano nei boschi, per bere e lavarsi.
Poiché l’acqua era ristagnante, questi si contagiavano e si infettavano ancor di più. Così abbiamo mandato un ragazzo tedesco della missione a costruire una specie di rubinetto perché l’acqua potesse scorrere.
Molti dei lebbrosi che si isolano nei boschi muoiono soltato perché non esiste un luogo dove possano essere curati. Noi ora speriamo di raccogliere i fondi necessari per mandare laggiù dei giovani muratori che possono costruire un nuovo leb-brosario.
Bisogna mandare anche molti medicinali mi sono morti tra le braccia tanti bambini affetti da tetano ombelicale con delle convulsioni impressionanti perché non potevamo vaccinarli.
Fa molto male pensare che in Italia una vaccinazione completa contro il tetano costa appena 13.000 lire. La vita di un bambino, dunque, costa tanto poco?
C’è da dire che lì si impara a meravigliarsi, non tanto della malattia quanto della salute. Quella gente accetta la malattia e la morte con una tranquillità che spesso ha aiutato noi, che non l’abbiamo, a non disperarci di fronte all’impotenza nell’aiutarli.
Esite poi tra quella tribù – continua Bettuzzi – una vera e propria legge di compensazione: se in una famiglia muoiono dei figli ne nasceranno sicuramente degli altri, e i sopravvissuti a questa vera e propria selezione naturale sono davvero migliori. I figli, per loro, sono una ricchezza e un uomo del villaggio ha un posto più elevato socialmente quanti più figli ha, perché avere più mogli e tanti figli significa poterli mantenere ed essere, dunque, più ricco degli altri. Un uomo che non può avere figli non ha neanche il diritto di parlare.
La vita nella nostra missione era organizzata in questo modo: io e suor Carmen effettuavamo il dispensario nei diversi villaggi, a volte, a turno, con suor Lea e Linda, che restavano più spesso alla missione per l’ambulatorio, dove curavano i malati che ci venivano portati.
Suor Martina insegnava a cucire alle ragazze del posto mentre suor Virginia era addetta all’orto e alla cucina.
Capitava, a volte, di dover trasportare dei malati particolarmente gravi ad un ospedale di padri Carmelitani francesi a tre ore di macchina dalla nostra missione. Lo facevamo con un’automobile acquistata con i fondi raccolti a Modena.
Quell’ospedale costituiva per noi un valido appoggio sia perché era fornito di medicinali, essendo in contatto più stretto con la Francia, sia perché lì lavorava anche un dottore.
A volte effettuavamo il dis-pensario in un villaggio nel quale si tiene il mercato.
Per loro il mercato è una festa, vi succede di tutto, dalla contrattazione degli oggetti a quella dei matrimoni.
Gli abitanti di villaggi circostanti fanno chilometri e chilometri per recarsi al mercato che rimane aperto fino a notte inoltrata, quando accendono dei lumini e sembra quasi di essere in mezzo ad una fiaccolata.
Molti che si spostano di notte per tornare a casa rischiano però di essere morsi dai serpenti velenosi e di non tornare più dai propri famigliari.
Tra quella gente ho capito che possono non esistere l’invidia e la malizia, come non esistono tra di loro.
Occore, però, fare molto ancora per aiutarli, non a viveve meglio, ma soprattutto a non morire”.
Lucia Rinzullo






