BENIN, MATERNITA’ DI ADJAHONME’

BENIN, MATERNITA’ DI ADJAHONME’

Luogo: Benin, AdjahonmèRichiesto da: congregazione delle Figlie del SS.mo Cuore di Gesù (Modena).
Inizio: 1984.Fine: 1984.
GRUPPO MISSIONARIO PARROCCHIALENumero di interventi: 2.

A Bergamo, in seguito ad un violento tamponamento morirono, nel rogo della loro auto, Giacinta Locatelli e la dodicenne Scilla, moglie e figlia di Luigi Capitanio, fratello di padre Antonio, parroco di Boccassuolo.
Luigi, in accordo con i genitori di Giacinta, Iside e Serafino, volle ricordare la moglie e la figlia finanziando il progetto della costruzione di una maternità con il ricavato della vendita dell’esercizio commerciale della moglie.
Tra il 7 febbraio e il 7 aprile 1984 un gruppo di 16 volontari, partiti dalle nostre montagne, si è recato ad Adjahonmé ed ha portato a termine i lavori.
La maternità, che porta il nome di Giacinta e Scilla, comprende due camere di degenza (14 posti letto), una sala parto con incubatrice, un ambulatorio per medicazioni, una camera per puerpere affette da malattie infettive (due posti letto), un ufficio, ambienti con servizi igienici e appartamento per le ostetriche (220 metri quadrati di superficie complessivi).
L’arredo interno è stato in parte donato dall’Unità Sanitaria Locale di Sassuolo (materiale dismesso ma in buone condizioni) ed in parte acquistato con offerte di benefattori. Successivamente è stata costruita l’abitazione per le ostretiche e donata un’ambulanza.

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DALLA TRAGEDIA ALLA SPERANZA

Articolo pubblicato sull’Eco di Bergamo il 4 maggio 1984.

Scilla Capitanio
Scilla Capitanio.

Questa e una storia di generosità e di altruismo che inizia con un tragico incidente stradale nel quale persero la vita due persone. E’ una storia di lacrime, ma anche di un atto di speranza. è un esempio di come l’animo umano riesca a trovare nei momenti di dolore, la strada per realizzare un gesto di grande fraternità che apre il cuore all’ottimismo ed all’amore verso il prossimo.
Si potrebbe anche dire che è una cronaca in cui il filo conduttore inizia con la morte ed approda alla vita; alla vita di tanti bambini che d’ora in poi potranno nascere in condizioni meno precarie e superare i primi momenti della loro esistenza evitando quelle situazioni antigieniche e di pericolo che la maggior parte dei paesi ha ormai debellato grazie al benessere e al progresso.
La vicenda inizia a Bergamo, sull’autostrada, nei pressi dello svincolo che porta ai caselli della città e si conclude in Africa, nel Benin, in una regione povera di tutto e dove i neonati vengono al mondo in condizioni sanitarie disperate. Ebbene, d’ora in poi anche loro nasceranno in ambienti attrezzati con tutto ciò che occorre ai piccoli ed alle loro madri per superare il travaglio del parto e le insidie dei primi momenti di vita. Per gli abitandi di Adjahonmè, un villaggio sperduto nella savana del Benin meridionale e collegato ai centri abitati più vicini da sentieri e piste in terra battuta dove l’unico veicolo disponibile, anche nei casi di emergenza, è la bicicletta, è quasi un miracolo. Invece è il frutto della generosità dei parenti della signora Giacinta Locatelli Capitanio e di sua figlia Scilla decedute insieme nel rogo della propria vettura dopo un violento tamponamento che ha distrutto l’automobile. Con una decisione di grande generosità il marito sig. Luigi Capitanio ed i genitori della donna – la mamma signora Iside e il papà sig. Serafino Locatelli – hanno deciso di dedicare la somma ricavata dalla vendita della licenza del negozio “Flowers pop”, aperto dalla famiglia Capitanio, alla costruzione di un reparto maternità in una missione cattolica africana, nel Benin esattamente, dove il cognato della donna, padre Antonio Capitanio, era stato qualche tempo prima. L’edificio realizzato ad Adjahonmè, nel distretto di Kloukanmè, diventa quindi anche un simbolo: quello della vita che continua nonostante il dolore e la disperazione che può abbattersi improvvisamente su una famiglia.
(…) Padre Antonio riferì la notizia nella sua parrocchia di Boccassuolo di Palagano, vicino a Modena, dove già alcune persone erano state nel Benin per aiutare la missione di Kloukanmè e subito alla generosità iniziale si aggiunse altra generosità, in una gara di aiuti e di collaborazioni che tra l’altro ha consentito di risparmiare una considerevole parte della somma iniziale…
(…) Ci fu chi mise a disposizione le tubazioni per gli impianti idroelettrici, chi ha regalato le piastrelle per i rivestimenti, le lamiere per le grondaie, gli impianti sanitari, i materiali per i rivestimenti. E c’è stato anche chi, utilizzando il periodo delle ferie annuali, si è detto disponibile a recarsi in Africa a fare il muratore, il falegname, l’elettricista. Ai primi giorni di febbraio scorso sedici persone partirono da Parma, da Sassuolo, da Palagano, da Boccassuolo decisi a costruire in poco tempo un edificio semplice, ma funzionale in ogni suo settore. Nel Benin vennero reclutati alcuni manovali che sono stati pagati sulla scorta delle tariffe salariali in vigore in quel paese. Salari modesti, naturalmente, che tuttavia portarono qualche aiuto alle famiglie coinvolte.
(…) Giunti all’aereoporto di Cotonou (il principale del Benin) il 7 febbraio, il gruppo di italiani ha lavorato sodo per due mesi, ed il 7 aprile scorso l’edificio era pronto…

Roberto Ferrante