24 • SCUOLA PROFESSIONALE DI COME’
(Benin)
| Luogo: Benin, Comè | Richiesto da: don Aristide, parroco di Comè |
| Inizio: 1996. | Fine: 1999. |
| Progetto numero: 24. | Numero di interventi: 4. |

Su richiesta del parroco di Comè, Abbè Aristide, nel mese di settembre 1996 sono iniziati i lavori per la costruzione di una scuola di falegnameria, meccanica ed elettrotecnica a Comè (Repubblica del Benin). In più turni, fino al 1999, la scuola è stata completata ed ampliata rispetto al progetto iniziale.
La scuola è dedicata a Medito Guigli, uno dei primi volontari dell’associazione prematuramente scomparso. Hanno partecipato al progetto la famiglia di Medito Guigli, Provincia di Modena, Banca Popolare dell’Emilia Romagna.
Volontari: Doriano Torri, Gianpaolo Lami, Nico Bettuzzi, Davide Bettuzzi, Vinicio Venturelli, Valentina Melchiorri, Bruno Ricchi, Anna Molinari, il giornalista Stefano Totaro e la fidanzata Giliola.
Da una relazione del 1996
L’idea di una scuola multiprofessionale è venuta ad un dinamico sacerdote locale, Aristide Agbegnikin, che vedeva i giovani della regione abbandonare i paesi per avventurarsi in cerca di fortuna nella capitale dove, non avendo casa e lavoro, vivevano di espedienti facilmente immaginabili. Da qui l’idea di insegnare un mestiere che permettesse a quei giovani di restare dignitosamente nei luoghi di origine. L’Abbè Aristide è figlio di un falegname ed ha imparato lui stesso quest’arte dal padre; trovò quindi naturale cominciare a reclutare ragazzi per insegnare loro questo mestiere (1993). Dagli iniziali 4 studenti agli attuali 43 tutti hanno frequentato “la scuola all’aperto” ricavata in uno spiazzo con due piccoli depositi per gli attrezzi messi a disposizione dalla locale parrocchia. Il principio della scuola è di apprendere i segreti della falegnameria con corsi pratici dove vengono realizzati gli oggetti commissionati e venduti ad una clientela sempre più numerosa, operazione questa che consente l’autofinanziamento dell’iniziativa educazionale.
Nonostante la falegnameria fosse solo questo piccolo spiazzo di circa 100 mq con 7 banconi posti all’ombra di tre alberi e 43 studenti fossero più del doppio di quanti la stessa potesse ospitarne, il dinamico Aristide, se aveva avuto il coraggio di iniziare con 100.000 CFA (ma prima della svalutazione dice lui), ovvero circa 500.000 lire, non trovava il coraggio di dire: “Non c’è posto” a quanti bussavano alla porta della scuola, condannandoli ad una vita d’espedienti.
Con parte di quelle 500.000 lire aveva comprato pialle, seghe, martelli, due squadre e 2 trapani a mano con relative punte. Due metri li aveva ricevuti in regalo dal padre. Con il rimanente acquistò, 25 km più a nord, un tronco d’albero che venne trasportato fino alla scuola con dei pouss-pouss (carretti con due ruote da bicicletta). Con quei 4 studenti iniziali ottenne da quel tronco porte e finestre e la volontà di continuare su quella strada.
Nel dicembre 1995 Aristide fece pervenire all’associazione S.C.I.L.L.A. la richiesta di un intervento per la creazione di un centro di formazione polifunzionale. A sostegno dell’iniziativa la locale municipalità aveva donato un appezzamento di terreno ed il Prefetto era intervenuto personalmente con il Ministro competente per farvi giungere l’acqua e l’energia elettrica. Nell’estate 1996 i primi due volontari S.C.I.L.L.A., Doriano Torri e il geometra Giampalo Lami, arrivarono in Benin per iniziare i lavori di fondazione, raggiunti, dopo una settimana, dal medico Davide Bettuzzi e dal geometra Nico Bettuzzi.
Con il coinvolgimento di 12 operai locali e 35 studenti della scuola, offertisi come volontari, sono bastate sette settimane per realizzare il primo piano di quest’edificio che misura metri 24×16…
Immagini
In africa per costruire vita
Una lunga strada vicino alla costa oceanica collega l’est all’ovest. L’asfalto in questa Africa arcana garantisce la sopravvivenza: come un fiume la via è abitata da camion, da taxi-spola stracolmi, da vetture decrepite ma quasi eterne e sulle sue rive, a gruppi sparsi, tra palme ed insenature di bruosse gli uomini attraccano alle sponde. Casupole in fango con il tetto in lamiera o paglia, argilla e legno in un sottofondo di donne con l’impossibile carico di merci posato sul capo. Come galleggianti lanciate da un ignoto pescatore le donne dal portamento regale sfilano avvolte da drappi colorati: gli uomini sfidano il grande fiume percorrendolo, loro lo lambiscono sistemandosi ai lati, collocando ceste per vendere arance, pomodori, mango ed altri microprodotti. Cominciano all’alba ed occupano i grandi incroci fino a notte fonda con un lumino effetto chiesa ricavato da un barattolo riempito di petrolio o nafta. Ogni mattina alle sette Doriano, Giampaolo, Nico e Davide solcano il grande fiume, attraversano la cittadina di Comè e raggiungono il cantiere, uno spiazzo tra campi ed alberi di manioca. All’inizio due bastoncini e qualche mattone delimitavano il perimetro della speranza: su quella terra deve nascere una struttura, una falegnameria. Non una semplice opera edile, ma una costruzione della coscienza. La scuola si paga, un nulla per noi, tanto per loro.
Chi anche studia non ha il mestiere. Non c’è fame di soldi o di cibo, ma di imparare a fare qualcosa: muratore, falegname, allevatore, qualsiasi cosa. Perché oltre ai mezzi che non esistono proprio, non si conoscono i rudimenti. L’Abbè Aristide, 35 anni, nero e infaticabile, alleva una nutrita rosa di “discepoli”, ragazzi muscolosi ed educatissimi. Per toglierli dall’oblio è diventato il loro manager: dopo la messa delle sette si tuffa in villaggi e villaggetti per chilometri. Vede una finestra rotta, una porta da riparare, un divano o un tavolo da costruire: contatta il padrone di casa, concorda prezzo e lavoro. Con la commissione in tasca ritorna alla parrocchia e dà le misure ai suoi ragazzi che con pochi attrezzi si mettono all’opera in una mini casupola attigua. Goccia dopo goccia i discepoli vivono lavorando: col ricavato hanno acquistato attrezzi, libri, sostegno per le loro famiglie e fiducia. Ora è il momento del grande salto: una falegnameria grande, aperta anche ad altri giovani del paese, per aprire un ciclo.
Stefano Totaro
(Gazzetta di Modena, 4/9/1996)



















